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Civita Castellana
11/09/2021
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Salario minimo: una misura di civiltà

L’Italia è uno dei pochi paesi avanzati dove ancora manca una legge che garantisca un salario minimo. Come si può leggere qui, i livelli nei vari paesi sono diversi, in particolare rispetto al salario mediano che viene preso come metro di riferimento. Tuttavia almeno un livello minimo di legge esiste. Da noi l’argomento è oggetto di discussione da diverso tempo, ma non si è mai riusciti a concretizzare, lasciando un vuoto normativo che consente il dilagare di situazioni al limite dello sfruttamento, a volte oltre.

Dal punto di vista economico l’opportunità di fissare un minimo retributivo per legge è materia di discussione da molto, perché secondo alcune teorie questo ostacolerebbe il raggiungimento della piena occupazione e con essa il dispiegamento del completo potenziale produttivo dell’economia. Niente di più falso e di più facile da smentire. Per farlo basta mettere a confronto i livelli di disoccupazione con quelli del salario minimo. Il grafico seguente mostra per i principali paesi europei la disoccupazione in funzione del rapporto tra reddito minimo e reddito mediano. A sinistra abbiamo il gruppo di paesi che non prevede una normativa di questo tipo: Italia, Svezia, Finlandia, Danimarca, Austria, Svizzera e Norvegia. A destra ci sono invece tutti i restanti che la prevedono. I dati fanno riferimento all’anno 2019, ultimo rappresentativo prima della pandemia.

Elaborazione da dati Eurostat – anno 2019

È evidente l’assenza di significative differenze tra chi applica la normativa e chi non la applica, così come non si nota un’influenza apprezzabile del livello del salario minimo su quello della disoccupazione. Il salario minimo si può introdurre senza procurare danni al livello di occupazione.

Un problema concreto che può emergere fissando un minimo retributivo è quello dell’aumento dei costi per le imprese, col rischio di un aumento dei prezzi e di una perdita di competitività, soprattutto per l’export. Questo problema può essere evitato fissando l’importo ad un livello tale da non avere impatti significativi sui costi di manodopera delle imprese, in quanto la misura deve andare a tutelare la parte di lavoratori a più basso reddito. In ogni caso di nuovo l’argomento contrario appare alquanto debole, per i motivi seguenti:

  • Tra i paesi che prevedono un salario minimo garantito figurano diversi vocati all’export, come ad esempio la Germania, che con un salario minimo sui 1600 euro mensili, circa l’80% del salario mediano, se la cava egregiamente (terzo esportatore mondiale dopo Cina e Stati Uniti).
  • L’introduzione della normativa impatterebbe soprattutto attività rivolte alla domanda interna (ristorazione, turismo, agricoltura, commercio al dettaglio, consegne a domicilio, ecc…). L’effetto sarebbe duplice, perché da un lato si avrebbe una riduzione di domanda dovuta all’ipotetico aumento dei prezzi, dall’altro invece un aumento di domanda grazie al sicuro aumento degli stipendi. Il secondo effetto potrebbe anche sovracompensare il primo, considerato che gli aumenti andrebbero nelle tasche dei lavoratori a reddito più basso, aventi una maggiore propensione al consumo. Mai dimenticare che i lavoratori sono i clienti per qualcun altro.
  • Il trasferimento di maggiori costi manodopera sui prezzi non è scontato. Dipende dal tipo di domanda che l’impresa si trova davanti: se questa è composta da clienti particolarmente sensibili ad aumenti di prezzo non è detto che sia possibile scaricare su di loro il maggiore costo. Nel caso non sia possibile si avrebbe un ribilanciamento tra il valore aggiunto che resta in mano alle imprese e quello che va ai lavoratori, equilibrio che in questo momento in Italia pende fortemente a favore delle prime a causa dell’alto livello di disoccupazione (il ben noto “se non ti va bene, scansati che ho la fila…”).

Il modo migliore per evitare tutti i problemi sarebbe quello di abbattere il cuneo fiscale, cioè ridurre la differenza tra quello che il datore di lavoro sborsa e il netto che il lavoratore percepisce. In Italia questa differenza è troppo alta per il peso del fisco sul lavoro. Sarebbe opportuno ridurla soprattutto per i redditi bassi, idealmente introducendo una no-tax area per il livello stabilito come salario minimo. In questo modo si favorirebbero sia imprese che dipendenti. Purtroppo abbattere il cuneo fiscale richiede risorse, che vanno reperite in qualche modo operando delle scelte rispetto ad altre fonti fiscali o impieghi di spesa.

Tuttavia il punto centrale del discorso non è economico, ma etico e morale. L’introduzione di un minimo salariale orario dovrebbe discendere dal rispetto che come società abbiamo per il tempo e la fatica delle persone. Ai tempi dell’abolizione della schiavitù in America era chiaro a tutti che sarebbe venuta a mancare un’ottima fonte di lavoro gratis, ma nessuno si sognerebbe di argomentare che ne patì l’efficienza produttiva delle piantagioni di tabacco e cotone. Il rispetto per la dignità umana viene prima.

Paolo Storelli

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