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Civita Castellana
23/07/2021
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Il reddito della discordia

In Italia è esploso il problema della mancanza di lavoratori. Il paese è sulla linea di partenza, pronto a decollare grazie al rilassamento delle misure anti-Covid, ma alle attività manca la manodopera necessaria alla ripartenza. Viene da domandarsi come sia possibile in un paese con alti livelli di disoccupazione come il nostro. Eppure la perversa contraddizione è palese sotto gli occhi di tutti.

Molti degli immancabili opinionisti danno la colpa al reddito di cittadinanza, altri agli imprenditori che pagano troppo poco. La verità come spesso accade si trova nel mezzo. Evitando punti di vista troppo faziosi, si nota come esistono contemporaneamente:

  • Persone con poca voglia di lavorare. Bisogna stare attenti al rischio di incentivi perversi: se si rendono disponibili 800 euro al mese senza particolari condizioni o vincoli, poi non ci si può stupire se le persone non si affannano ad accaparrarsi lavori full-time da 40 e passa ore settimanali con paghe inferiori ai 1000 euro al mese.
  • Sedicenti imprenditori la cui idea geniale di modello di business è ritagliarsi un lauto profitto sulla pelle di dipendenti sottopagati, magari in nero. Il dilagare di queste pratiche è stato favorito dagli alti livelli di disoccupazione seguiti alla crisi del 2008 e dall’elevato congenito livello di irregolarità del nostro paese.

Per fortuna non tutti i lavoratori sono scansafatiche e non tutti gli imprenditori sono sfruttatori, anzi ci piace pensare che quelli citati sopra siano una minoranza. Tuttavia esistono e i problemi vanno affrontati. In questo breve articolo proviamo a ragionare sul reddito di cittadinanza, rimandando a successivi il problema dei lavoratori sottopagati.

L’appellativo reddito di cittadinanza è improprio, in quanto sarebbe più adatto ad un reddito base universale dato incondizionatamente a tutti i cittadini. Fantascienza per ora, ma forse ci arriveremo, quando il problema economico dell’umanità sarà più vicino ad una soluzione (interessante su questo Keynes). Un nome più corretto sarebbe quello di reddito minimo, inteso come misura di supporto per coloro che si trovano in situazioni di difficoltà. In questo senso è una misura necessaria, perché una società sviluppata e di benessere non può dirsi civile se non prevede tutele per i suoi componenti più vulnerabili. Tutti i paesi europei hanno introdotto un reddito minimo garantito. L’importante è costruire un sistema che limiti al massimo i rischi di disincentivo al lavoro, adottando precauzioni come:

  • Fissare importi relativamente bassi rispetto ai salari medi e alle esigenze di consumo. Gli ultimi dati INPS indicano che l’importo medio percepito è di 584 € al mese (a famiglia, non a persona). Tuttavia il reddito di cittadinanza non sostituisce, ma integra altri eventuali trattamenti assistenziali, quindi è più corretto considerare i massimi teorici per ragionare sugli incentivi, questi sono riportati nella tabella sotto. Si va dai 500 euro per una persona singola senza affitto ai 1400 per una famiglia di 4 persone con affitto. Diciamolo, non proprio cifre da capogiro, anche se va rilevato che sono relativamente generose rispetto agli altri paesi europei. Il discorso potrebbe cambiare nel caso gli importi, contrariamente alle regole, si vadano a sommare ad altri aiuti o redditi, magari in nero, ma in quel caso il difetto non starebbe nella misura in sé, quanto nella cattiva gestione. Si può discutere su aggiustamenti degli importi, ma il rischio di disincentivo ad un impiego, se questo è dignitoso, resta limitato.
SITUAZIONE FAMILIAREIMPORTO MENSILE
persona singola500
persona singola con affitto780
2 adulti e 2 minori900
2 adulti e 2 minori con affitto1404
importi massimi mensili corrisposti ai beneficiari del reddito di cittadinanza

  • Imporre vincoli di accesso anche patrimoniali congrui e condizionare la percezione a politiche attive serie di disponibilità sia a lavori socialmente utili che a formazione. Su questo punto si giocano la serietà e l’efficacia di tutta la misura, in quanto il reale disincentivo al lavoro è insito nel fatto di percepire soldi per nulla. Qualunque opportunismo disonesto viene meno nel momento in cui si è costretti ad attivarsi per fare qualcosa. Puntare su una formazione mirata alle esigenze delle aziende, magari in sinergia con queste, sarebbe doppiamente efficace, perché spesso i datori di lavoro lamentano la scarsità di personale qualificato.

Occorre trovare il modo di far incontrare domanda e offerta di lavoro, deve essere l’obiettivo primario. È perversamente irrazionale avere datori di lavoro che non riescono a trovare dipendenti e allo stesso tempo eserciti di persone che non riescono a trovare un’occupazione. Ricordiamoci che l’Italia è una Repubblica fondata sul Lavoro, non sui sussidi. Come disse un italiano famoso qualche anno fa, i diritti sono sacrosanti e vanno tutelati, ma se continuiamo a vivere di soli diritti, di diritti moriremo. Se non ci ricordiamo che i diritti vanno di pari passo con i doveri, arriverà il momento che quei diritti non saremo più in grado di assicurarli proprio a coloro che ne hanno più bisogno.

La sostenibilità di un sistema va tutelata perché nel momento in cui viene meno a farne maggiormente le spese sono sempre i più deboli.

Paolo Storelli

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