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Civita Castellana
11/09/2021
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NEET e cervelli in fuga: un problema italiano

Il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco pochi giorni fa ha sottolineato come la pandemia in corso ha provocato la peggiore recessione economica dai tempi della seconda guerra mondiale, con un calo del PIL mondiale nel 2020 del 3,3% (quello italiano è sceso di quasi il 9%). Questo in aggiunta al grave costo in termini di vite umane e di forti condizionamenti al nostro vivere quotidiano. Gli interventi pubblici a sostegno delle fasce di popolazione in maggiore difficoltà hanno consentito di tamponare la situazione, ma sarà fondamentale impiegare bene le risorse del Recovery Plan europeo, coniugando efficacia e concretezza, rapidità di esecuzione e trasparenza. Tutte qualità nelle quali in passato il nostro paese non ha brillato, ma che sarà chiamato a migliorare per indirizzarsi in un percorso di sviluppo equo e sostenibile nel lungo termine, sia sul piano economico che ambientale.

Durante il discorso del governatore, tenuto in occasione della relazione sulle considerazioni finali del 2020, vengono toccati molti temi interessanti, ma un passaggio in particolare ha colpito la mia attenzione: “In Italia oltre 3 milioni di giovani tra i 15 e 34 anni non sono occupati, nè impegnati nel percorso di istruzione o in attività formative; si tratta di quasi un quarto del totale, la quota più elevata tra i paesi dell’Unione europea”. Questi sono i cosiddetti “NEET” sigla inglese che sta per Neither in Employment or in Education or Training che indica giovani non impegnati in un lavoro, né in un percorso di studi o di formazione. Praticamente inattivi, in sospeso, a prescindere da quale ne sia la causa. Il numero è in forte crescita nell’ultimo anno a causa della pandemia e si tratta di un ben triste primato che ci vede capofila in Europa, in cima ad un gruppo di paesi non proprio rassicurante (vedi grafico). Il problema è grave e va affrontato in fretta, perché stiamo letteralmente perdendo una generazione, che esclusa dal mondo del lavoro e della formazione avrà nel futuro difficoltà sempre maggiori ad integrarsi nel tessuto sociale.

Fonte Eurostat – anno 2020

Le cause sono diverse, di natura sia culturale che economica, ma in un recente report della Corte dei Conti sulla situazione dei laureati in Italia si possono trovare alcune risposte. In Italia la quota di laureati è inferiore alla media degli altri paesi OCSE, ma nonostante questo il numero di quelli che scelgono di lasciare il nostro paese è in forte crescita (+41,8% rispetto al 2013). A questo si aggiunge il mancato accesso o la rinuncia agli studi da parte di giovani provenienti da famiglie con redditi bassi, anche a causa della mancanza di adeguate forme di aiuto economico per gli studenti più meritevoli. Non a caso l’Italia spende in istruzione meno degli altri paesi europei. Le cause di questi dati allarmanti sono da ricercarsi nella dura realtà di un paese che non offre prospettive occupazionali adeguate a nessuno, e in modo particolare non ne offre di migliori a chi ha investito nella propria formazione. Risultato: ci provano in pochi e molti di quelli che ci riescono preferiscono mettere a frutto le proprie competenze in maniera più proficua in posti dove vengono apprezzate.

L’emorragia di cervelli e forza produttive verso l’estero è in perenne aumento, costringendoci a maldestri tentativi di recupero come il bonus fiscale per i lavoratori impatriati (il cosiddetto “rientro dei cervelli”), che è solo una “pezza” tardiva ad un problema che ormai da anni ci priva di energie che contribuiamo a formare a spese del nostro paese per poi vederle messe a frutto a beneficio di altri. Ciliegina sulla torta il doverli pagare in seguito per convincerli a tornare. Sarebbe più opportuno cercare di non perderli fin dall’inizio. Diventa sempre più urgente un serio piano di politiche attive del lavoro di cui molto si parla, ma poco si vede di concreto. Soprattutto si deve mettere il sistema economico in grado di creare quelle opportunità che oggi mancano, in modo da riuscire a impiegare a beneficio di tutti un capitale umano che ad oggi è fermo o emigrato, ma che deve tornare ad essere la nostra risorsa più importante.

Non stiamo dando le giuste opportunità ai nostri giovani. E un paese che non lo fa, non ha futuro.

Paolo Storelli

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