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Civita Castellana
30/01/2022
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ITALIA: Nuove scoperte sulla birra nell’antico Egitto e sul commercio di vino nella Sicilia

FONTE E FOTO: IL FATTO ALIMENTARE

L’archeologia continua a rivelare nuove informazioni sul consumo di alimenti e, soprattutto, di bevande nell’antichità, che talvolta riscrivono la storia. Nelle ultime settimane, in particolare, sono stati resi noti gli ultimi risultati ottenuti in un sito dell’Antico Egitto, ad Abydos, su quello che – si è scoperto – è probabilmente il primo birrificio su scala industriale mai scoperto, attivo circa 5 mila anni fa, e quelli dell’analisi dei residui presenti in anfore scoperte in Sicilia che dimostrano come durante la dominazione musulmana, nel Medioevo, lì si produceva vino e si commercializzava in diverse aree del Mediterraneo.

Per quanto riguarda il birrificio egizio, il sito era noto da tempo: come ricorda lo Smithsonian Magazine in un’accurata ricostruzione della vicenda, apparteneva probabilmente al faraone Narmer, vissuto attorno al 3.150 a.C, ed era composto da otto grandi aree per la produzione di birra, ciascuna con 40 giare di terracotta allineate. In esse venivano posti l’acqua e i cereali, poi riscaldati grazie all’utilizzo di leve di argilla per tenerle sollevate. Secondo gli archeologi, la birra era utilizzata soprattutto in riti religiosi e funerari. Il sito, scoperto oltre un secolo fa dall’archeologo inglese Thomas Eric Peet, era stato considerato un deposito di cereali e in seguito era stato dimenticato, fino a essere ricoperto. Poi, nel 2018, una nuova missione lo ha ritrovato e ha capito che si trattava di un luogo unico, nel quale erano prodotti fino a più di 22 mila litri di birra per volta. Una conferma dell’importanza della birra in questo luogo è data anche dalla presenza, vicino e dentro ai templi funerari, di migliaia di quelle che sono considerate “lattine” di ceramica, usate con ogni probabilità proprio nelle celebrazioni religiose.

Per quanto riguarda, invece, il vino trovato in Sicilia, lo studio, pubblicato su PNAS e condotto dagli archeologi dell’Università Tor Vergata di Roma e da quelli dell’Università di York, nel Regno Unito, ha fornito una nuova visione della dominazione islamica dell’isola attorno all’anno Mille. La presenza di vino, infatti, contraddice le regole dell’Islam, che ne vietano il consumo, ma dimostra che, quantomeno, esisteva un fiorente commercio.

Gli archeologi, in questo caso, hanno utilizzato alcune tecniche molto sofisticate per capire di che natura fossero i residui trovati in alcune anfore datate IX-XI secolo e in frammenti intrisi di vino scoperti nei terreni circostanti, confermando che si trattava di tracce di uva. Le anfore, poi, erano di un tipo già trovato sia in Sardegna che a Pisa. Ciò implica, secondo gli archeologi, che i Mori si siano perfettamente inseriti in un commercio di cui non usufruivano, perché l’alcol, nella loro cultura, non aveva posto. 

Dai soli reperti non è possibile capire se comunque ne facessero uso, e non esistono testimonianze scritte su questo, ma di sicuro lo producevano e commercializzavano. Non solo: a quanto sembra, i rivenditori siciliani avevano creato una sorta di brand locale, conservando il vino in anfore specifiche, rigate, ritrovate in diversi siti dell’isola. Oltre al vino, nello stesso periodo vi sono prove del commercio di pesce salato, cereali (anche nuovi per l’epoca), formaggio, spezie e zucchero, a conferma di un’epoca di grande prosperità e di scambi continui tra il mondo cristiano e quello islamico.

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