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3 dicembre: nel 1984 il disastro chimico di Bhopal

Una nube di gas tossico uscì dallo stabilimento indiano di pesticidi, causando circa 10.000 morti e oltre 500.000 contaminati.

3 dicembre: nel 1984 il disastro chimico di Bhopal

La Union Carbide India

Nasce nel 1934 come ramo della Union Carbide Limited, una delle prime aziende statunitensi a investire in India. Al pieno dell'attività arrivò ad impiegare fino a 9.000 dipendenti e fu quotata alla Borsa di Calcutta. La partecipazione azionaria includeva istituzioni finanziarie indiane e privati.

Lo stabilimento di Bhopal, nello stato centrale indiano del Madhya Pradesh, fu operativo dal 1969, poi ampliato nel 1979 con l'aggiunta di un impianto per la produzione di pesticidi chimici. Tra questi un composto chimico a base di isocianato di metile (MIC), composto organico estremamente tossico anche in quantità minime.

Nel 1984, anno della tragedia, La Union Carbide Corporate of India Limited produceva un pesticida a base di MIC, il Sevin.

3 dicembre 1984. La tragedia

La sera del 3 dicembre un addetto alla manutenzione degli impianti dello stabilimento chimico di Bhopal compì un errore. Pulendo le tubazioni con l'acqua, dimenticò di isolare uno dei serbatoi di stoccaggio dell'isocianato di metile. L'acqua penetrò nel serbatoio e reagì con il composto chimico. La temperatura salì a oltre 200°C e favorì la gassificazione del MIC. Inoltre i sistemi di sicurezza erano stati disattivati per un problema di contenimento dei costi dovuti alla crisi dell'azienda in quegli anni. 

Così il gas letale sfiatò da una valvola investendo gli abitanti di Bhopal mentre dormivano, nel cuore della notte. Nei dintorni della fabbrica era sorta una baraccopoli che fu investita in pieno, senza che vi fosse alcun piano di emergenza. 

La nube tossica investì, spinta dal vento, migliaia di famiglie ignare. I sintomi dell'avvelenamento erano immediati. I danni sin da subito gravissimi. Riguardavano soprattutto gli occhi ed il sistema respiratorio. Il contatto con il gas provocava lesioni oculari irreversibili se non trattate in tempo, nonché gravi forme di edema polmonare con ematorace letale. L'ospedale di Bhopal era assolutamente inadeguato ad affrontale una simile catastrofe, tanto che il numero delle vittime è oggi stimato tra le 8.000 e le 10.000. Oltre 50.000 furono i lesionati gravi tra cui vi furono in seguito molti decessi, mentre ad oggi oltre mezzo milione di contaminati soffre ancora dei postumi dell'avvelenamento. 

L'iter giudiziario

L'impianto della Union Carbide fu immediatamente posto sotto sequestro e vigilato dalle autorità indiane, che non resero pubblica alcuna notizia riguardo l'incidente del 3 dicembre. Il ceo della Union Carbide Warren Anderson, giunto immediatamente dagli Stati Uniti, fu posto ai domiciliari in India e espulso 24 ore dopo. 

Oltre alla perdita di vite umane, si aggiunse la moria degli animali da allevamento e l'inquinamento dei pesci, che pose il problema immediato della sopravvivenza dei superstiti. Il governo indiano rifiutò l'intervento tecnico della Union Carbide e declinò addirittura l'offerta da parte di quest'ultima di fondi umanitari. Il processo, inizialmente istruito negli Stati Uniti, fu trasferito in India dove la Union Carbide riuscì a far passare a titolo di risarcimento una compensazione di 470 milioni di dollari, il 15% di quanto richiesto dal governo di Delhi già costituitosi parte civile, più la costruzione di un ospedale specializzato per la cura dei contaminati.

Riguardo all'amministratore delegato fu condannato in contumacia dalla Suprema Corte Indiana, ma mai estradato dagli Stati Uniti. La difesa sostenne infatti che le responsabilità della casa madre sulla Union Carbide India fossero inesistenti in quanto l'impianto fu progettato e gestito interamente da personale indiano senza interventi dagli Usa.

Nel 2004 fu intentata una class action dall'India, che tuttavia scagionò la UCC e il management del 1984.

Nel 2010 furono condannati alcuni dei responsabili indiani dello stabilimento, condannati tuttavia a pene minori e rilasciati su cauzione. 

Ad oggi, lo stabilimento di Bhopal, fermo dalla tragedia del 1984, non è ancora stato bonificato.

Le vittime dell'incidente sono cresciute negli anni, in quanto l'avvelenamento da isocianato di metile ha spesso portato allo sviluppo di fibromi polmonari, cancro, disturbi neuromotori e cataratte precoci. Molti furono i bambini nati in seguito al disastro affetti da gravi malformazioni o da ritardi psichici. Le ferite di quella notte di dicembre a Bhopal sono ancora aperte.

03/12/2018 |