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Solidarietà per i precari e disoccupati del giornalismo

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Michele Vittori

Solidarietà per i precari e disoccupati del giornalismo

C’è stata un’epoca in cui il giornalismo poteva considerarsi una forma di letteratura e i giornalisti scrittori veri. Da Malaparte a Longanesi, da Flaiano a Montanelli per citare solo alcuni maestri del pensiero e della lingua italiana moderna. Non si diventa certo Montanelli né si acquisisce una coscienza critica con lo sfogliare i quotidiani, ma di certo la loro scomparsa rappresenta un regresso civile preoccupante. È di questi giorni la notizia della chiusura delle redazioni locali di un quotidiano storico come Il Tempo. Soltanto poche settimane fa il caso dei giornalisti de L’Opinione rimasti senza contratto come i colleghi di Ies Tv. Qualità e competenze perdute al sistema Paese, insieme alle opportunità di crescita della sua società. Scelte imprenditoriali, congiuntura economica, nuovi media. Non importa, il dato di fatto è che tra i molti giornalisti oggi virtualmente disoccupati, forse qualche Longanesi o qualche Malaparte si nasconde davvero. E purtroppo le possibilità che contribuisca in futuro, dalle colonne di un giornale, al progresso o all’analisi delle forme assunte dal nostro vivere quotidiano, sono pochissime. Soprattutto perché le redazioni locali, quelle più sacrificabili, costituiscono da sempre una palestra naturale per giovani e aspiranti giornalisti. Al loro posto, le nuove agenzie stampa delle piazze virtuali, dei social network… e l’illusione che davvero la realtà si esaurisca nel semplice accadere. Rassegniamoci dunque ai servizi televisivi girati da improvvisati operatori smartphonemuniti, ai dilettanti allo sbaraglio dei congiuntivi, alle chiacchiere da bar multimediale. Quasi che la modernità vada di pari passo con una contrazione in sé stesso del lettore medio, cui è affidato il compito di discriminare l’approssimativa e caotica offerta d’informazione e il bombardamento mediatico. Sulla base di quale spirito critico e di quale consapevolezza non è dato saperlo, visto che gli istituti tradizionalmente preposti a svilupparli - la scuola, l’università, la stampa - hanno da tempo, o si avviano a derogare, alle proprie funzioni.

20/01/2012 |